Artemisia Gentileschi: donna.

Artemisia Gentileschi

E’ abbastanza inutile che io stia a riscrivere la biografia di Artemisia Gentileschi e a descriverne l’arte, anche perchè, soprattutto per la seconda, probabilmente non sarei in grado di farlo come meriterebbe. Per questo, quindi, vi rimando a Wikipedia, ai molti saggi critici e, se volete qualcosa di meno impegnativo, il film  Artemisia. Passione estrema, diretto da Agnès Merlet ed interpretato, tra gli altri, da Valentina Cervi, Michel Serrault, Luca Zingaretti (il film non ebbe grande successo e ancora oggi è snobbato dalla critica, nonostante la nomination ai golden globes come miglior film straniero.)

Solo alcuni cenni per spiegare la pubblicazione di questo post. Artemisia Lomi Gentileschi (1593 – 1653) è stata una pittrice italiana di scuola caravaggesca in un periodo in cui alle donne venivano negati sia l’accesso al lavoro e sia la possibilità di crearsi un proprio ruolo sociale, in un’epoca in cui una donna non poteva realizzarsi puramente come lavoratrice e doveva perlomeno sostenersi col proprio status familiare. In giovane età, Artemisia Gentileschi venne violentata dal pittore Agostino Tassi ed ebbe il coraggio di rendere pubblico lo stupro, di affrontare un processo che la violentò ancor più intimamente e di vincere la causa.

Qui, il link alla pagina di Wikipedia dal titolo Processo ad Agostino Tassi per lo stupro di Artemisia Gentileschiuna lettura davvero istruttiva, per quanto breve.

Tranne coloro che tengono normalmente I quaderni dal carcere di Gramsci e Le confessioni di S. Agostino insieme con le ricette dell’Artusi, e che quindi sono abituati a saltare dalla politica e dalla filosofia alla gastronomia con grande disinvoltura, senza nemmeno spostarsi da dietro i fornelli, gli altri si chiederanno che cosa c’entra Artemisia Gentileschi con un blog di cucina. No, niente paura, a differenza di Nostradamus, la Gentileschi non si è mai dedicata alle marmellate! 🙂

E’ solo il mio solito modo di cercare di fare le cose non contro ma a favore di qualcuno o qualcosa. Si, lo so che ci non ci vuole molto coraggio ad appendere dei quadri in cucina: che volete farci, non tutte siamo delle Dolores Ibarruri del web. Però, a volte, anche le pollastre sanno scegliere dove andare e con chi. Questo post, quindi, è il mio modo di dire Se non ora, quando?

  

Questo slideshow richiede JavaScript.

 

Pesce rosso, non avrai il mio scalpo!!!

Jeremiah Johnson“, diretto da Sydney Pollack ed interpretato, tra gli altri, da Robert Redford, è un film del 1972 che narra la storia un ex-soldato che entra nel mondo dei trapper e acquisisce una sinistra fama per l’abitudine di mangiare il fegato dei guerrieri Crow da lui uccisi. Il film, liberamente ispirato alla vita del leggendario “Liver-Eating Johnson”, venne presentato in concorso al XXV festival di Cannes e arrivò in Italia con il titolo “Corvo rosso non avrai il mio scalpo!” …

No, non ho deciso di abbandonare i fornelli per dedicarmi ad altro… e non sono nemmeno i postumi di un Capodanno “sfrenato”! Ieri, tra un sonnellino, una passeggiata ed una accurata “spazzolatina” a ciò che restava del Cenone, mi sono ricordata di non aver pubblicato il post preparato per la fine anno, così, ho acceso il mio portatile, ho cliccato sul tasto “Pubblica”, ho lanciato l’antivirus per la prima scansione dell’anno e mi sono messa a gironzolare qua e là.

Il percorso ha preso una sua precisa direzione quando sono arrivata su “Tzatziki a colazione” e ho rivisto il logo di Fatti pescare dalla parte giusta: lì, mi è venuto in mente un film di cui avevo parlato qualche giorno fa con Daniele, The end of the line, sottotitolo “Imagine a world without fish”. Ho fatto una puntatina sul loro sito e, da lì, al blog Bluefin tuna. Visto che non c’erano novità, ho curiosato un po’ e sono finita su un sito che non conoscevo, Fish2fork: non male l’iniziativa di dare un voto ai ristoranti in base alla eco-sostenibilità dei piatti di pesce serviti; limitata, per ora, ma almeno si prova a dividere tra “buoni” e “cattivi” facendone i nomi. A quel punto, sono tornata ad un mio vecchio post, quello sui Gigli alla buzzonaglia di tonno … beh, facendo un po’ di sana autocritica, ad eco-sostenibilità, forse, si salva appena nel finale …

A quel punto, tanto valeva perdere ancora una mezz’ora e vedere se Google regalava qualche cosa di utile e … ma guarda, quel blog l’ho inserito da poco tra i miei “consigliati” … e questo post non lo avevo proprio notato!

*** *** ***

Questi sono i link visitati in seguito alla lettura di “Rosso tonno“, pubblicato su “Trashfood” il 30 luglio scorso. Date un’occhiata, se volete. Quello di cui si parla è:

  1. trattamenti con monossido di carbonio per colorare il tonno e farlo apparire più fresco;
  2. trattamenti con coloranti (E120 – rosso barbabietola) per trasformare un pesce in un altro più pregiato;
  3. i coloranti usati negli allevamenti per rendere più”appetibile” il colore di salmoni e trote;
  4. brevetti per “creare” finti gamberetti.

In più posso, solo aggiungere l’immagine qui sotto.

 E’ la guida alle dosi di una forma sintetica di astaxantina, prodotta dalla Roche e fornita agli allevatori del SalmoFan, da utilizzare in relazione alle sfumature di colore rosa desiderato.

Secondo voi, non è davvero il caso di cominciare a gridare: “Pesce rosso non avrai il mio scalpo!”?